La fragilità dell’Universo

cervelli bosone

L’8 Aprile scorso, all’età di 94 anni, è venuto a mancare Peter Higgs, che nel 2013 aveva ricevuto il premio Nobel per la Fisica per aver ipotizzato per primo l’esistenza di un bosone in grado di tenere insieme l’Universo dando massa alle particelle elementari e creando la distinzione tra la forza nucleare debole e la forza elettromagnetica.

L’anno prima del ricevimento del Nobel, al Large Hadron Collider (LHC) del CERN di Ginevra aveva avuto successo la monumentale impresa della prima osservazione del bosone di Higgs. Questo decisivo contributo alla comprensione dello stato attuale dell’Universo ha riportato in primo piano una domanda antica quanto l’Umanità: poiché ogni cosa che osserviamo ha un inizio ed una fine, questo vale ugualmente anche per l’Universo?  E se sì, come, perché e quando finirà? Per prefigurare come tutto il cosmo potrebbe trovare la sua fine, occorre ripartire dal suo inizio.

Circa 13,8 miliardi di anni fa lo spazio ed il tempo proruppero da una “singolarità” incredibilmente densa del Nulla (o, se preferite, del Vuoto Assoluto): un evento che viene comunemente indicato del nome di Big Bang. Espandendosi rapidamente da quel punto, la materia si è raffreddata ed ha iniziato a condensarsi nelle galassie, nelle stelle e nei pianeti che adesso popolano l’Universo: in tutto questo grandioso processo è stato decisivo il ruolo del bosone di Higgs. Per questo motivo la sua scoperta rappresenta una pietra miliare nella costruzione del cosiddetto Modello Standard, che rappresenta l’insieme delle conoscenze scientifiche in grado di spiegare in modo unitario l’infinitamente piccolo (le particelle elementari) e l’infinitamente grande (l’evoluzione dell’Universo).

Per quanto esaltante, la scoperta del bosone di Higgs ha portato con sé anche una “brutta” notizia: la sua massa è solo 125 GeV (il GeV è l’unità di massa per le particelle elementari), un valore molto, molto più piccolo di quello atteso. Cosa c’è di strano in questo risultato? Le leggi della Fisica mostrano che un qualsiasi sistema (in questo caso, il nostro Universo) cerca spontaneamente di diventare stabile, raggiungendo una condizione caratterizzata dal più basso contenuto possibile di energia. Purtroppo se si inseriscono il valore della massa del bosone di Higgs e quello della massa del più pesante tra i quarks (il quark Top, la cui massa è 175 GeV) nelle equazioni che permettono di misurare la stabilità dell’Universo, si scopre che esso non è stabile ma metastabile! Questo non significa che l’Universo può ‘rompersi’ da un momento all’altro: metastabile significa solo che l’Universo può rompersi…ma anche che magari si è già rotto!

In altre parole, il nostro Universo si trova in uno stato piuttosto precario: può restare così come è adesso per sempre, oppure, se qualcosa perturba lo spazio-tempo attuale nel modo sbagliato, si può trasformare in qualcosa dove le possibilità di vita sarebbero differenti o addirittura escluse. In linea di principio il peggio potrebbe essere già accaduto in qualche parte remota del cosmo e starebbe adesso espandendosi alla velocità della luce… ma noi non ce ne accorgeremo fino a quando quella sorta di bolla distruttiva non ci raggiungerà.

In realtà non c’è di che spaventarsi.  Anzitutto, a conti fatti, la vita media del nostro Universo risulta essere parecchie volte più lunga della sua presente età (14 miliardi di anni); inoltre, anche se la probabilità è piccola, non è detto che sia corretta la conclusione che la stabilità di un sistema sia vincolata ad uno stato di minima energia; ed infine non è assolutamente da escludere che nella nostra attuale teoria manchi ancora qualche ingrediente. Quindi dormiamo pure tranquilli…ma consapevoli!

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