La storia dell’alambicco è strettamente legata alla tecnica della distillazione, un ingegnoso sistema di bollitura “estraente”: la materia prima, riscaldata e portata alla giusta temperatura di ebollizione rilascia oli essenziali, aromi, alcool e sostanze che, dopo essere stati raffreddati, vengono raccolti in un recipiente.
La storia dell’alambicco forse inizia nella civiltà di Pyrgos, nell’isola di Cipro, dove è stato riportato alla luce un laboratorio per la produzione di profumi e forse distillati del 1800 a. C.: la “testa” dello strumento era appoggiata sopra una brocca in caldo e un becco «condensatore» traportava i vapori in una camera di condensazione immersa in acqua. Non solo: vicino al distillatore sono stati rinvenuti persino semi d’uva e una giara per vino.
Tuttavia il primo alambicco storicamente conosciuto è riportato in un manoscritto della Biblioteca Marciana di Venezia. Questo distillatore prende il nome dall’egiziano Cleopatra, che lo descrisse nel II secolo a.C., ed è noto con il nome alchemico di Crisopea (pietra filosofale) di Cleopatra: probabilmente doveva essere utilizzato per produrre balsami ed essenze.
I primi alambicchi realizzati erano molto semplici: un vaso per distillare, detto anche cucurbita, era posto sopra il fuoco, sormontato da una cupola detta capitello (o anche elmo); a questa era collegato un beccuccio che aveva lo scopo di condensare i vapori sviluppati dal calore. Questo elementare strumento fu utilizzato fino al XVI secolo grazie alla sua praticità, offrendo però rese molto scarse: era perlopiù utilizzato per ricavare essenze e non per produrre distillati da bere.
Anche il peculiare nome ‘alambicco’ è testimonianza di questa lunga storia: deriva dal greco ambix, che significa vaso, tazza: questo termine fu ripreso secoli dopo nella lingua araba trasformandolo in ‘al – imbiq’ per dargli definitivamente il significato di vaso per distillare. Infatti furono proprio gli arabi a preservare e perfezionare la tecnica della distillazione dall’età antica, salvando così preziose conoscenze (soprattutto nell’estrazioni delle essenze) che gli alchimisti occidentali ripresero più tardi.
La particolarità della distillazione è che opera a temperature controllate e, frazionando i vapori, riesce ad estrarre e separare le sostanze in base al loro punto di evaporazione. Il risultato è una “sostanza nuova”, “originale”: un liquido “puro ed etereo” e poiché estratto dalla materia grezza ne conserva lo spirito, la parte nobile. In Italia la distillazione del vino appare intorno alla metà del XII secolo: in quel periodo il maiorchino Raimondo Lullo in uno dei suoi appunti utilizzò per la prima volta la parola «alcohol». Persino Leonardo da Vinci di interessò di distillazione, perfezionando la selezione dei liquidi prodotti dalla condensazione dei vapori. In quell’epoca l’acquavite (acqua vitae) fu principalmente utilizzata come medicina e non come bevanda corroborante.
Poi, tra il XIV e il XV secolo gli alchimisti associarono alla distillazione il concetto di quinta essentia: l’alcool veniva considerato il quinto elemento vitale della Terra, insieme ad acqua, aria, terra e fuoco. Infatti gli alchimisti sostenevano che il liquido ottenuto per distillazione di qualsiasi sostanza contenga una concentrazione dei suoi elementi essenziali, che ne caratterizzano le proprietà e lo “spirito”. Per questo gli alchimisti, oltre a ritenere che l’alcool, quintessenza del vino, fosse in grado di estrarre le virtù assolute e le essenze delle piante, in generale conferivano ai distillati anche la capacità di trasmutazione della materia. E così il mercurio, la cui distillazione deposita una patina argentata sulla superficie dei metalli vili, fu da loro chiamato “spirito dell’argento’’.
Dai distillatori dell’antichità, passando per la ricerca alchemica della quintessenza e dell’acqua vitae, le tecniche di distillazione sono state sempre più razionalizzate ed oggi sono indirizzate a garantire l’alta qualità della produzione. Ormai l’alambicco non è più un elemento magico-mistico e la distillazione è una tecnica largamente utilizzata per separare due o più sostanze presenti in una miscela, sfruttandone la diversa volatilità. Per concludere questa ‘galoppata’ tra gli alambicchi è infine indispensabile ricordare la grande Ipazia, la donna che due millenni fa ne inventò una delle prime apparecchiature.


