Ecco un nuovo anno. In questi giorni, augurare Pace e Prosperità a ‘tutti gli Uomini di Buona Volontà’ non fa parte della tradizione: è l’auspicio più vero e più sentito per guardare con fiducia al futuro. Tuttavia, prescindendo da guerre e crisi economiche, viene da chiedersi: c’è ancora bisogno di noi nel futuro? Se sono affidabili le cose che apprendiamo dai mass-media sull’intelligenza artificiale (AI), la risposta sembrerebbe essere ‘No’. Ma cosa è effettivamente la AI e perché ce ne dovremmo interessare?
Sono varie le definizioni di AI: “E’ la scienza e l’ingegneria per costruire macchine intelligenti, e in particolare programmi intelligenti per i computer” (J. McCarthy, 1950), “E’ la scienza per fare macchine che sanno fare cose che richiederebbero intelligenza se dovessimo farle noi”, “E’ la capacità di una macchina di far apparire se stessa come un essere umano in modo convincente” (A. Turing).
Nel linguaggio corrente si associa il termine ‘intelligente’ ad una persona che ha il potenziale per risultare brava nel fare molte cose differenti, anche quando non ne sia stata specificatamente preparata. Quindi, in modo simile, i computer con AI dovrebbero avere le stesse capacità nel risolvere una molteplicità di problemi: quando questo è il caso, si parla di AI forte o di Intelligenza Artificiale Generale (AGI), cioè di macchine con la maggior parte delle qualità intellettive di un essere umano e talvolta anche con le stesse qualità emotive e creative.
Ad un livello più basso ci sono le macchine costruite per risolvere specifici e limitati problemi (come giocare a scacchi, guidare un’auto o pilotare un robot industriale): in questo caso si parla di AI debole, ovvero di Intelligenza Artificiale ridotta (ANI). A questa categoria appartenevano sia il computer che nel 1997 sconfisse il grande scacchista Gary Kasparov sia il robot Roomba di grado di pulire perfettamente i tappeti di casa. L’avanguardia delle AGI è invece rappresentata dalle ‘machine learning’, modelli di computer composti da strati di celle interconnesse con una struttura che ricorda vagamente quella del nostro cervello e la cui rete neurale viene ‘educata’ con miliardi e miliardi di dati e di immagini, che consentono di riconoscere o classificare velocemente anche cose che la macchina non aveva mai ‘visto’. Da questo deriva la loro caratteristica principale, che è quella di imparare mentre lavorano, così come succede ad un essere umano: sebbene i termini “machine learning” e “rete neurale” sembrino di derivare dal campo della Psicologia, in realtà sono il risultato di tanta matematica impegnativa e di complesse analisi statistiche.
Ma proprio tutto questo sforzo fa nascere spontanea una domanda: in un mondo pieno di intelligenza umana, perché darsi tanto da fare per sviluppare queste macchine intelligenti? Si tratta di uno sforzo per superare i limiti alla nostra stupidità o è il frutto dell’umana arroganza di voler superare la Natura, oppure lo sviluppo di queste macchine nasce dalla nostra ansia di trovare la mossa giusta in quella difficile partita a scacchi che è la vita? Oltre a questo, l’AI ci pone davanti anche a delicate questioni sociali: i robot industriali intelligenti e i computer del tipo ‘machine learning’ renderanno inutili le ‘persone intelligenti’?
Poi ci sono i problemi etici: ad esempio, di chi sarà la responsabilità giuridica delle auto guidate da AI? Infine c’è il problema più delicato: gli algoritmi che governano le ‘machine learning’ potrebbero dar origine a decisioni delle macchine che noi non riusciamo a capire o a ricusare. Questa eventualità nasce dal fatto che noi conosciamo gli algoritmi di base ma non c’è un modo facile per prevedere se una rete neurale, educata con miliardi e miliardi di dati diversi tra loro, possa talvolta prendere ‘fischi per fiaschi’.
Quindi è opportuno domandarsi se l’AI sia effettivamente in grado di replicare l’intelligenza umana, dal momento che non può replicare le qualità umane più pregnanti come la solidarietà, l’empatia, la moralità, le emozioni, la creatività e soprattutto il libero arbitrio e la coscienza. A fronte di tutto questo, si può tornare alla domanda inziale: c’è bisogno di noi nel futuro? Ad oggi i sistemi di AI non sono in grado di riconoscere le loro stesse limitazioni: per questo hanno bisogno di noi!
Su tempi lunghi le macchine AGI ultra-intelligenti potranno rappresentare un rischio per l’umanità? I pessimisti vedono nell’AI una sorta di vaso di Pandora, gli ottimisti si attendono un futuro sicuro e roseo dove le macchine intelligenti, sveglie e furbe, con abilità sapranno evitare i grandi problemi frutto della stupidità umana quali la povertà e la guerra. Alla vigilia del Nuovo Anno la nostra speranza è di poter contare su tecnologie sempre migliori ma anche sempre più basate sulla nostra, straordinaria eredità biologica.


